Ospitalità nella Valdelsa medievale

Ospitalità nella Valdelsa medievale

Tornando indietro nel tempo immaginiamoci la Valdelsa come area marginale e zona di frontiera. Il fiume Elsa faceva da linea di confine tra i municipi di Firenze e Fiesole e fra quelli di Volterra e Siena.

Per diversi secoli, la più ampia tra le valli meridionali del bacino dell’Arno, non fu attraversata da nessuna delle principali vie di comunicazione e i piccoli centri abitati esistenti, lontani gli uni dagli altri, non riuscirono a svilupparsi ed espandersi prima dell’XI-XII secolo.

Solo grazie al nuovo assetto viario, costituito principalmente dalle vie Volterrane e le vie Francigene, questa grande area rurale inizia a sviluppare un’identità sempre più forte su tutti i fronti: dall’ospitalità all’organizzazione economica, dall’arte alle attività artigianali.

Inoltre, la prima metà del XIII secolo coincide con l’affermarsi definitivo dei comuni. Le principali cittadine della valle come San Gimignano, Poggibonsi, Colle, Castelfiorentino, Certaldo, Casole e Barberino ma anche i centri più rurali come Gambassi e Montaione crescono a vista d’occhio. Ovunque in Valdelsa, come altrove, i nuovi enti territoriali si dedicano alla cura della viabilità sistemando le vecchie strade, aprendone di nuove, e sorvegliandone maggiormente la sicurezza.

Le Vie, sempre più frequentate, divengono il fulcro della nuova situazione economica e sociale. Di conseguenza si assiste ad uno sviluppo naturale delle strutture per l’accoglienza dei viaggiatori già presenti sul territorio, come magioni, spedali e badie.

Le magioni si trovavano lungo le strade principali e a partire dalla prima metà dell’XI secolo erano amministrate, nella maggior parte dei casi, da ordini monastico-religiosi. Si erano sostituite alle antiche mansiones romane, le stazioni di posta presso le quali era possibile ottenere tutti i servizi necessari al viaggio, come la ferratura dei cavalli o la riparazione dei carri, insieme ai servizi essenziali per la persona, principalmente cibarie e alloggio.

Le magioni sorgevano come piccoli complessi fortificati formati da tre strutture principali: la chiesa, alla quale si poteva solitamente accedere anche dall’esterno per i bisogni spirituali, l’ospizio, costituito da ampie stanze a pianoterra per riposare e rifocillarsi più un locale al primo piano per i malati, e il convento per i monaci con cucina, refettorio, dispensa e altre utilità. Inoltre, nel cortile era presente un pozzo a disposizione di chi aveva bisogno di bere, lavarsi o rinfrescarsi. L’ospitalità medievale prevedeva il ricevere forestieri, fornirgli vitto, soggiorno e la principale assistenza a titolo completamente gratuito, in pieno accordo con i dettami del Vangelo.

Visitare Santa Maria a Chianni, nel comune di Gambassi, può aiutarci ad immaginare strutture di accoglienza di questo tipo, come nei comuni limitrofi Badia a Isola (Monteriggioni), la Magione di Poggibonsi o San Jacopo al Tempio e San Giovanni a San Gimignano, sopravvissute al deterioramento del tempo grazie ad una cura costante.

Dalla prima metà del XIII secolo l’incremento dei traffici via terra permette l’avvicendamento della struttura ricettiva privata a quella religiosa, che comunque rimane fondamentale nel tempo per il servizio ai pellegrini.

Le esigenze e le finalità dei viaggiatori mutano, aumentano i viaggi di lavoro e sul territorio si muovono mercanti, vetturieri e altre figure legate al settore del commercio, sia regionale che internazionale. I pochi alberghi esistenti nel comprensorio valdelsano si moltiplicano e si specializzano in nuovi servizi come il disporre di depositi per le merci, di stalle per cavalli e locali per il ripristino di carri. Nella seconda metà del XIII secolo, ad esempio, si contano tre alberghi a Castelfiorentino, uno a Gambassi, uno a Montaione, tre a Certaldo, dodici a San Gimignano, nove a Poggibonsi e quattro a Colle, tutti collocati sulle strade principali o nelle immediate vicinanze.

Gli alberghi medievali, neanche lontanamente paragonabili ai più umili alberghi di oggi, disponevano di pochi locali, nella maggior parte dei casi ad uso comune, sia per il pernottamento che per il servizio di mensa, quando disponibile. Non esistevano camere singole o veri e propri posti letto come nelle odierne camerate degli ostelli, ma soltanto lettiere rigide o sacconi imbottiti di paglia sui quali si dormiva anche in tre o quattro.

Gli alberghi e le locande del tempo, dai nomi pittoreschi come “Il Gallo”, “La Luna”, “La Posta”, “Il Sole”, Le Chiavi” o “Del Mulo”, solo raramente erano affidate a singole persone o famiglie e normalmente erano tenute in vita da diverse attività. Erano albergatori non soltanto coloro che accoglievano i viaggiatori ma anche quelli che apparecchiavano i tavoli o chi sistemava lo stallaggio per gli animali.

Un documento della seconda metà del XIII secolo, conservato presso la Biblioteca Comunale di San Gimignano, ci racconta di come tutti coloro esercitavano la professione di albergatore dovessero essere iscritti in appositi registri e sottoposti a controlli periodici. Dalla prima metà del XIV secolo invece, sul territorio fiorentino, si emanavano i primi Statuti dell’Arte degli Albergatori, dove troviamo l’adesione di molte località valdelsane.

L’ospitalità in Valdelsa non è mai mancata, è nata naturalmente dal bisogno dei viandanti che facevano sosta tra un centro abitato e l’altro evolvendosi nel tempo fino a divenire un’Arte.

Fonte: Medioevo in Valdelsa, Giovanni Cencetti, Centro Studi Romei 1994